Argentina ed Inghilterra 1986-2026: storia di una rivalità eterna e del mito.
C’era stata una guerra vera, mica uno scherzo. La conquista delle isole Malvinas da parte dell’Argentina e la successiva riconquista da parte dell’Inghilterra delle Falkland (è lo stesso arcipelago ma con due nomi diversi) era costata nel 1982 quasi mille vite umane: 649 per la parte Argentina, 258 tra gli inglesi, senza contare le perdite materiali: navi, aerei, sommergibili. Il generale Leopoldo Galtieri aveva mandato i suoi soldati allo sbaraglio con l’idea d risvegliare lo spirito patriottico degli argentini, invece ottenne l’esito opposto ovvero la sua destituzione e il rafforzamento dei consensi del popolo britannico nei confronti della premier Margareth Thatcher, la Lady di Ferro.
La Guerra delle Falkland venne combattuta tra aprile e giugno del 1982. Quella ferita, in Argentina, non si è mai rimarginata.
Lo stadio di Mendoza si chiama “Estadio Malvinas Argentinas”, lo stesso nome che è stato attribuito a moltissime vie in altrettante località argentine. E quasi tutte le città, piccole o grandi, hanno un monumento ai caduti di quella guerra. A distanza di 44 anni è tutto ancora maledettamente vivo nelle coscienze degli argentini, figuriamoci come poteva esserlo nel 1986, con il lutto ancora fortemente pulsante nelle vene di tutti.
Ma la rivalità tra Argentina e Inghilterra ha anche altre radici “solo” sportive.
Ai Mondiali del 1966, gli argentini si ritennero defraudati nella sfida dei quarti di finale contro gli inglesi padroni di casa. Quel giorno l’arbitro tedesco Rudolf Krietlein espulse il capitano albiceleste Antonio Rattin al 35’ del primo tempo. Rattin impiegò parecchi minuti per lasciare il campo, non prima di avere insultato pesantemente il direttore di gara. Per gli argentini, quella partita è considerata “el robo del siglo”, il furto del secolo.
Da allora, la rivalità tra Argentina e Inghilterra è seconda solo a quella tra Argentina e Brasile.
L’apice di questa storia alimenta più di ogni altro episodio il mito di Diego Armando Maradona. Ci sono più leggende intorno a quella partita del Mondiale 1986 che in cento libri sul calcio.
La prima è quella legata alla maglia: pantaloncini neri e maglietta blu navy (con colletto bianco a V). Ma pare che quelle indossate dai giocatori non furono le divise originali (ritenute troppo pesanti dal ct Carlos Bilardo per il clima torrido di Città del Messico), bensì delle magliette più leggere acquistate in città e poi cucite a mano con loghi vari per renderle simili a quelle fornite dallo sponsor tecnico francese.
La seconda riguarda Maradona, anzi un piano per eliminarlo velocemente dalla gara. Ci provò il contundente difensore inglese Fenwick nel primo tempo, mollandogli una proditoria gomitata a palla lontana. Ma Diego aveva troppa voglia di determinare quella partita e si riprese.
La terza leggenda (ma ce ne sarebbero molte altre), riguarda il “dopo”, perché il centrocampista Hector Enrique da quarant’anni si vanta (scherzando) di aver fornito l’assist a Maradona per il gol del secolo. Peccato che fosse un passaggio di due metri.
Un errore grossolano di Steve Hodge, difensore inglese: palla alzata a campanile su cui si avventarono il portiere Peter Shilton e Maradona, più basso di venti centimetri rispetto all’avversario. Però la palla la toccò Maradona mandandola in rete. Ovviamente con una mano. Maradona iniziò subito a esultare, i compagni immobili. Allora si mise a gridare: “Venite ad abbracciarmi, altrimenti ce lo annulla”. L’arbitro tunisino Ali Bin Nasser, oltre a non aver visto il tocco di mano, non capiva nemmeno lo spagnolo. Alla fine, la frase più celebre di Dieguito: “È stata la mano de Dios”. Sei parole che saranno legate alla sua leggenda nei secoli dei secoli.
Quattro minuti dopo, Maradona chiese a suo modo perdono agli dèi del calcio, segnando il gol del secolo. Undici secondi in cui dribblò come birilli cinque avversari per poi depositare il pallone alle spalle di Shilton. Indimenticabile e indelebile.
L’Argentina vinse 2-1 (gol di Lineker a dieci minuti dalla fine), poi vinse il titolo.
Certo, Lionel Messi non è Diego Maradona. C’è un tentativo contemporaneo di equipararli nell’Olimpo della storia, ma Diego vinceva i Mondiali trascinando giocatori di secondo piano nel panorama Mondiale, Messi è il leader di una Nazionale che mette in panchina il miglior giocatore nonché capocannoniere del campionato italiano.
Quel giorno all’Azteca si vide il volto peggiore di Maradona, poi immediatamente quello migliore. I suoi compagni da soli non ce l’avrebbero fatta.
Stavolta dovrà esserci solo il lato migliore di Messi, perché gli altri da soli non sono sicurissimi di potercela fare. Dall’altra parte ci sono Kane e Bellingham, con questo è stato detto tutto.
